#PaniniComics / Devil: Giallo – Recensione

Più di ogni altro personaggio fumettistico (anche più di Batman), Daredevil è totalmente scisso fra un pre- e post- Miller.
Tutto ciò che ci viene in mente sul diavolo di Hell’s kitchen, quell’atmosfera oscura, metropolitana, corrotta, con gangsters e ninja che si aggirano nelle tenebre, ma anche quella drammaticità quasi teatrale, tutto questo è nato negli anni 80.
Ciò che Devil era prima è caduto nel dimenticatorio.Perchè, in effetti, era un eroe mediocre.
Con pochi cattivi interessanti, atmosfera riciclata da personaggi più famosi (uno fra tutti Spider-man), e un’attenzione al triangolo amoroso Matt-Foggy-Karen fin troppo accentuata per i ragazzini brufolosi degli anni ’60.
In Devil: Giallo, di Tim Sale e Jeph Loeb, questo misconosciuto pre-Miller, ottiene un passato idilliaco, spensierato, fiabesco.
Un passato fatto di un’atmosfera pop che con il (non credo di bestemmiare chiamando così), reboot degli anni ’80 è andata perduta (e bene così), in un universo noirish senza speranza, un passato dove l’unico problema del vigilante cieco era scazzottare contro il villan di turno e nascondere la sua identità segreta alla sua spasimante e al suo migliore amico.
Un passato che, nella sua purezza, torna a tormentare Matt nel punto di non ritorno della sua vita. La morte di Karen.
Giallo è costituito da lunghi flashback (che sono il nucleo fondamentale del racconto), in cui Murdock rivive i suoi primi anni come vigilante (in cui, appunto, il suo vestito era giallo e nero), e una cornice (quasi), attuale, posta subito dopo Diavolo custode, e quindi dopo la morte di Karen Page, compagna storica del diavolo.

Dire che questa mini-serie è un altro L’uomo senza paura è sbagliato. Certo, la storia delle origini di Daredevil quella era e quella rimane, ma il modo in cui viene trattata, la “regia”, se vogliamo, è totalmente differente. Se Miller delineava un’atmosfera metropolitana per l’eroe da lui (ri)creato, con l’intento anzi di cancellare il passato pop del diavolo per incastrarlo naturalmente nelle atmosfere del ‘nuovo’ Daredevil, l’operazione di Loeb è quella proprio di disseppellire quel passato golden age.
Confrontandolo con altre opere del duo, questo Devil: giallo non ha la drammaticità di Spider-man: blue o gli intricati intrecci alla Il grande sonno de Il lungo halloween o Vendetta oscura.
Descrive un mondo lontano, appena abbozzato, quasi un sogno di qualcosa che sarebbe potuto essere e non è stato.
La sua forza è la nostalgia piuttosto che il dramma. Il ricordo lontano non solo di Karen Page, ma anche di Battlin’ Jack Murdock, figura onnipresente nelle origin stories del diavolo, e qui delineata egregiamente.


La forza di questi ricordi sta nel modo in cui i personaggi vengono delineati. Matt (e Loeb), non fa leva sulle scazzottate storiche, ma sui gesti dei personaggi secondari, le azioni nella loro vita quotidiana, le loro (poco), problematiche vite e i piccoli drammi di ogni giorno.
Quasi un quadretto impressionista ormai perduto, dipinto magnificamente da quel maestro che è Tim Sale, con quei colori pastello che già sono nella sceneggiatura.
Parlare di Sale è inutile. Bisogna guardarlo.
Le sue anatomie espressive, grottesche, dinamiche, così uniche e irripetibili lasciano a bocca aperta.
Il suo tratto è perfetto sia per la colorazione a tinta piatta che per le delicata sfumature di questo fumetto.
Un tratto potente, forse sfruttato troppo poco nel fumetto mainstream.
Se volete leggerlo (fatelo fatelo fatelo), questo gioiellino è stato finalmente ristampato da Panini, in una pregievolissa edizione con copertina dal colore dominante, ovviamente, giallo.


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