#Quattrochiacchierecon / Davide Sarti: tradurre i manga

Carlo Vitali Rosati

Tutti – o quasi 🙂 – amiamo le opere di Alan Moore, Otomo, Van Hamme e degli altri grandi maestri del fumetto internazionale. Oggi, con un’intervista, approfondiamo il mondo dei professionisti che ci danno la possibilità di leggere fumetti da tutto il mondo, senza spendere anni e anni a studiare giapponese e altre lingue: i traduttori.

Davide Sarti, traduttore per la Panini (Psycho Pass; i romanzi de L’Attacco dei Giganti) e autore di fumetti, ci parlerà del suo lavoro, delle sfide nascoste dietro a una traduzione e della sua esperienza in Giappone.

Prima di tutto parlaci di te. Come sei entrato nel mondo delle traduzioni dei manga?

Leggo manga da quando ero alle medie – e prima guardavo gli anime – quindi il Giappone è sempre stato una mia passione. All’Università ho studiato giapponese, inglese e disegno. Lo studio non è stato semplice, ma ne è valsa la pena: ho vinto una borsa di studio dal governo giapponese e sono andato a studiare per nove mesi in Giappone.

Dopo tre mesi di tentativi, ho cominciato a collaborare come assistente fumettista per due autori, tra cui Sumoto Soichi, celebre mangaka autore di “A Man Called Pirate” per la rivista Evening della casa editrice Kodansha.

Tornato in Italia, ho fatto un colloquio con la Panini e sono stato fortunato: cercavano traduttori che conoscessero il giapponese. E così è iniziata l’avventura.

Si sente spesso dire che tradurre un’opera, in un certo senso significa riscriverla. Che difficoltà si incontrano a tradurre dal giapponese?

Quando traduci, non importa il testo d’origine, è impossibile che tutto si trasponga esattamente da una lingua all’altra. E questo, rispetto all’italiano, è ancora più vero per il giapponese, una lingua strutturalmente diversa dalla nostra: senza singolare e plurale o maschile e femminile.

Il giapponese è una lingua che tende a non specificare. I verbi, ad esempio, sono posizionati a fine della frase e, leggendoli, spesso cambiano il significato di tutto ciò che hai letto finora. Per ottenere specificazioni su altri termini vaghi, a volte, bisogna arrivare a frasi successive.


Un esempio:

Giapponese: 猫がいる – neko ga iru

Italiano: “C’è un gatto” o “C’è una gatta” o “Ci sono dei gatti” o “Ci sono delle gatte”


In giapponese, inoltre, ci sono frasi di circostanza, ad esempio i complimenti al cuoco a fine del pasto, con forme particolari che in italiano non si userebbero. Una delle cose più difficili, vista l’ambiguità, è la traduzione di minacce e frasi che anticipano gli avvenimenti futuri, e spesso è impossibile renderle in modo appropriato in italiano, dove dobbiamo specificare genere e numero!

Questo vuol dire che il risultato dipende moltissimo dall’interpretazione del traduttore. Come si dice nel settore: lo stesso fumetto tradotto da tre traduttori diversi, diventa tre storie diverse.

Che traduzioni farai in futuro?

Riguardo le traduzioni in cantiere, purtroppo, non posso dire ancora nulla. Ma ci saranno novità.

Altri progetti?

Ho pubblicato l’anno scorso un fumetto per Manga Senpai, una casa editrice specializzata in autori occidentali che producono opere disegnate con tecnica fumettistica giapponese. Si intitola Swan Power, ed è una storia autoconclusiva con cui ho vinto un piccolo premio in Giappone. Inoltre sto pubblicando La Casa delle Streghe, un fumetto online disegnato da me. Le tavole sono visualizzabili gratuitamente su diversi canali, ma il più immediato è la mia pagina facebook artista, Kashi’s Art. Nonostante sia disponibile gratis, sono rimasto soddisfatto dalla risposta del pubblico e dalle donazioni dei fan più appassionati, che ringrazio.

Per finire, sto facendo anche un progetto di cui sto definendo i dettagli con l’editore. Non posso dire ancora il titolo o la casa editrice, ma sarà un saggio sui fumetti giapponesi e sulle differenze grafiche e narrative che li distinguono da quelli del resto del mondo.

Per concludere, tre consigli per chi vuole intraprendere una carriera come la tua.

Tre consigli non sono pochi: cercherò comunque di evitare banalità.

1 – Studiare non solo la lingua giapponese, ma anche gli aspetti culturali: storici, artistici, religiosi, sociali… Come dicevo è una lingua “vaga” e conoscere il pensiero e la filosofia che stanno alla base della loro lingua ti permette di rapportarti e interpretare al meglio la loro cultura. Insomma, non basta studiare lingua, occorre andare oltre.

2 – I manga sono molto “parlati”. Quindi, se è possibile, consiglio di andare in Giappone e ascoltare la gente parlare. Il giapponese studiato sui libri di testo è più formale di quello parlato. Il giapponese è molto stratificato e conoscere i diversi registri è fondamentale: nelle università si usa un registro medio-alto, tipico del giapponese scritto e non basta per tradurre i manga.

3 – Non mi viene in mente altro. Mi raccomando, fate bene i primi due punti.


Comments are closed.

Caricando...