#RWLion / Flash Rebirth #23 e #24 – La recensione

Daniele D'urso

The Button, il crossover tra Flash e Batman, si chiude con il quarto capitolo sulle pagine del ventitreesimo bisettimanale di The Flash. Una conclusione che fa luce su alcuni aspetti secondari di questo Rebirth, ma contemporaneamente ne lascia altri irrisolti che potremo leggere sul maxi evento Doomsday Clock, di recente uscito in America e che entro la metà del prossimo anno avremo in Italia. Un numero che, senza troppe pretese, conclude alla soglia di dove tutto era iniziato, una pietanza tiepida che può esser gustata come un antipasto di ciò che accadrà. È evidente come per ora il gioco non vale la candela, siamo al palo della narrazione, The Button ci solletica, senza lasciare veramente traccia.

Tutto, come era possibile intuire, si svolge intorno alle figure dei velocisti che attraverso il multiverso della DC comics, le loro comparsate, come già accaduto all’inizio di questo Rebirth, tendono ad essere vanesie e mistiche senza svelare assolutamente nulla, se nel caso del numero introduttivo del nuovo universo questa scelta poteva essere quanto mai accattivante, ripetere il medesimo espediente è snervante, si era già intuito chi fosse il demiurgo platonico che i cela dietro le quinte, cosi sulla stessa falsa riga, se nei primi numeri l’arrivo dell’Antiflash e la rimpatriata familiare potevano reggere il filo della narrazione, questo quarto numero si chiude con un nulla di fatto.

Tornando alla testata regolare, sono tempi difficili per Flash. La misteriosa morte di Eobard Thawne è collegata direttamente agli eventi che seguiranno nella testa dell’alter-ego di Barry Allen. Un insolita minaccia si affaccerà alla festa di compleanno dell’eroe che con l’aiuto di un vecchio amico cercherà di porre rimedio il prima possibile alla situazione.

Il binomio Flash/Lanterna Verde è sempre uno dei team più accattivanti e simpatici della DC, che Hal Jordan possa trovare spazio nella testata del collega in futuro? Lo speriamo… Siamo davanti al classico tie-in introduttivo che pone alcuni aspetti consolidati per l’inizio di un nuovo ciclo narrativo. Le tematiche che caratterizzano questa fase tormentata della vita dell’eroe sono sempre presenti e dimostrano quanto sia più umano e vulnerabile che mai, nella ricerca sia dei legami da instaurare che nel suo personale percorso di verità. Fortunatamente non tutto ciò che avviene in The Button sarà messo da parte, e come chiaramente lasciato intuire non sempre ciò che può apparirci morto, lo è.

Seattle sta per diventare una vera e propria zona di guerra. Queste sono le premesse con cui Oliver Queen dovrà fare i conti nel suo immediato futuro. Una nuova organizzazione, figlia del Nono Girone, si erge al controllo della città, serpi in seno dell’amministrazione comunale e nelle Queen Industries, un vero e proprio monopolio che farà sprofondare presto ogni strada nel caos.

Anche qui siamo davanti all’incipit di una nuova storia (elemento che come vedremo anche in Aquaman caratterizza l’intera testata) che riprende in parte il successo del arco narrativo legato all’esordio di Freccia Verde nella Rinascita, sicuramente il più riuscito e entusiasmante di questo primo anno, aggiungendo a stretto contatto una tematica di carattere familiare che fornirà il pretesto per vedere un Oliver Queen tormentato dai pericolosi fantasmi del suo passato, una macchia di sangue che scorre lungo l’albero genealogico per un generazione. Un colpo di scena denso di significato che ancora una volta riprende la controversa figura di Robert Queen, l’istrionico e misterioso padre dell’eroe in calza maglia verde.

Essere o non essere… è proprio ciò per cui si affligge Arthur Curry, il golpe è avvenuto nel silenzio generale, tra i mugugni degli antichi consiglieri di palazzo e inaspettatamente la dinastia degli Atlan non è più al comando. Aquaman è stato deposto, deposto dall’aristocrazia, dai suoi consiglieri, dal suo popolo (forse solo in parte) per lasciar spazio ad un estremista, un guerrafondaio che presto porterà il dolore fino in superficie.

Questa nuova veste con cui deve fare i conti l’eroe dei sette mari, se pur improvvisa e logisticamente poco realistica, è assolutamente e maledettamente accattivante, un What if che si rende finalmente reale, trasformando il centro del mondo di Arthur Curry in un improvvisa periferia. Spoglio della sua corona e dei suoi diritti regali non gli resta che tornare al faro di famiglia, ma come in ogni buona caduta monarchica il suo retaggio resta problematico per il nuovo corso. Ghigliottinare la testa del vecchio re, o lasciare che il suo corpo si accasci sul più antico dei fondali, dopotutto non sono due cose così diverse, hanno in se il medesimo obiettivo: la caduta del potere. Il nuovo che con forza, violenza e spargimento di sangue, giusto o sbagliato che sia, prende piede. Non nascondiamoci, finalmente abbiamo la sensazione che intorno ad Aquaman stia nascendo qualcosa di positivo, un complesso avvicendamento politico iniziato con la caduta della diplomazia con il mondo in superficie e ora pronto a far posto a qualcosa d’interessante.


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