#saldaPress / Ballo Excelsior e quell’oppio dei popoli chiamato felicità

Fabrizio Mancini

Non avevo ancora finito di leggere Ballo Excelsior, mi mancava poco, ma ho dovuto scrivere a Davide La Rosa per fargli i complimenti. Il motivo è una delle scene finali, fondamentalmente lo scontro ultimo tra l’eroe e il cattivone.  Il perché del mio entusiasmo era per come Davide fosse riuscito a rendere comica una scena drammatica, ma anche viceversa. Chiacchierando un poco, Davide mi parla di quanto questo albo conclusivo sia stato un lavoro faticoso.
Come piace a me, faccio il giro largo per spiegare la cosa.
Esiste un aneddoto del regista Nanni Loy su Alberto Sordi che incontra nel cortile della Ponti-De-Laurentiis uno sceneggiatore:

“Che stai a ffà?”.

“Lavoro. Scrivo un copione.”

Alberto: “Comico?”

L’altro: “No, drammatico”.

Alberto: “Allora te stai a riposà”.

Chi scrive storie sa quanto sia vera questa cosa, oppure non lo ha ancora ammesso. I motivi sono tanti, dal fatto che il dramma è vivibile e tangibile nella vita reale molto più della comicità, fino ad arrivare a questioni molto più didattiche come esercizi e tecniche per scrivere testi comici.
Davide probabilmente rientra in quel gruppo privilegiato di persone che oltre ad essere capaci, hanno anche il talento e l’istinto per far ridere di gusto un lettore.
Con Ballo Excelsior, Davide ha dimostrato di saper fare qualcosa di ancora più difficile, è riuscito a scrivere scene tristi che fanno ridere. Questo mix di diversi toni li rende maggiormente potenti, come quando si dice che il bene esiste perché esiste anche il male, senza questa dicotomia non ci sarebbe niente. Ora non è esattamente così, ma il contrasto tra comicità e dramma viene fuori travolgendo chi legge.
Ma il dramma comico inserito da Davide viene fuori anche nel significante della storia.
Il messaggio è chiaro e per niente nascosto, la felicità come strumento, e allo stesso tempo sintomo, di un potere aggregatore che si proclama paladino e protettore della felicità di tutti. E si diventa solidali tra felici quando qualcuno attenta a questa felicità, quel qualcuno viene ripagato con l’odio feroce che spesso e volentieri viene aizzato da quell’aggregatore.
È ottimismo irrazionale contro pessimismo razionale. É quella persona che dice “dal dottore non ci vado perché tanto qualcosa che non va la trova sempre” perché preferisce essere felice e consapevole della sua ignoranza.
Non vogliamo che qualcuno che non ci conosce metta in crisi la nostra felicità, e rimaniamo nella confort zone delle nostre pareti, senza nemmeno guardare fuori dalla finestra per vedere se esiste qualcosa di meglio. É l’oscurantismo che ti coccola e ti tiene stretto a sé, ma nulla cresce bene all’ombra di un grande albero. L’unica soluzione è la curiosità e la fame di conoscenza, che mette in dubbio le nostre sicurezze. 
In questo senso, Davide La Rosa sperimenta questo modo diverso di narrare, nuovo per le sue abitudini, ma fondamentale per noi. Perché questo modo di narrare le vicende terribili della società in chiave comica è ciò che rese grande il cinema italiano.
No, non sto facendo l’ennesimo paragone cinema-fumetto, ma sto accorpando il tipo di lavoro fatto da Davide a una delle nostre migliori tradizioni narrative. Fantozzi è una delle punte di diamante di questa narrazione, così come moltissimi dei lavori di Monicelli. Raccontare la tragedia attraverso una comicità a limite dell’assurdo è nelle nostre vene, per questo uno dei metodi migliori di veicolare un messaggio come quello insito in Ballo Excelsior.  

Perché alla fine dei conti vorremmo tutti essere belli ed eterei come un disegno di Hugo Pratt, quando invece siamo brutti, insensati e tremendamente reali, come i personaggi di Davide La Rosa, ma non così divertenti.


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