#SergioBonelli / Dylan Dog #381 – Tripofobia – Recensione

Fabrizio Mancini

Dopo La fine dell’oscurità della coppia Uzzeo-Santucci, Dylan Dog torna a tastare l’orrore mitologico tanto caro a H.P. Lovecraft, diretta influenza di questo albo.
Tripofobia non è solo il titolo, ma il nome di un (presunto, perché non ufficialmente considerato come tale) disturbo mentale. Letteralmente “paura dei buchi”, è più specificatamente indirizzata su un agglomerato di buchi, da qui l’altro nome “fobia dei pattern ripetitivi”.
A raccontare questa storia è Giovanni Eccher ai testi e alle paure. L’autore ha messo insieme questo inesplorato terrore a quello ben più collaudato e cosmico dello scrittore di Providence. Ma se la costruzione classica di base lovecraftiana dei culti e delle entità malvagie funziona, non sembra spingere troppo la componente tripofobica, non come presenza ma come come profondità. La Tripofobia rimane più un espediente narrativo piuttosto che il fulcro centrale di un orrore che poteva avere anche altre nature senza influire sugli eventi. Dylan stesso si perde troppo nel cercare spiegazioni ad ogni cosa, spiegazioni che ottiene sopratutto dal cattivo di turno, che come nei vecchi film di Bond non si esime dal spiegare per filo e per segno il proprio piano, invece di lasciare più spazio alla paura.
A mostrarci questa storia nei disegni sono Davide Furnò e Paolo Armitano. I due affondano Dylan in un mondo di neri potenti e squadrati, sporcando i bianchi nei momenti più adatti. Una realtà già di suo terrificante, che nasconde in piena vista il male che si annida dentro essa. La narrazione è fluida e le geometrie della dicotomia tra bianco e nero rendono l’intero volume molto dinamico.


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