#SergioBonelli / Dylan Dog #382 – Il Macellaio e la Rosa – Recensione

Fabrizio Mancini

Pasquale Ruju è un veterano quando si tratta di Dylan Dog, e si nota.
Già dal titolo “Il Macellaio e la Rosa” si evince una sorta di ossimoro che sarà centrale nella soluzione del caso, ma descrive anche bene tutti gli eventi che travolgono l’indagatore dell’incubo. Questa volta Dylan fa coppia con Bloch, nell’inseguire un misterioso serial killer attivo ai tempo dello stesso commissario, i cui efferati delitti sono accuratamente narrati in un romanzo di una famosa scrittrice. Dettagli che nessuno potrebbe sapere, se non l’assassino stesso. Bloch è il primo motore di questo albo, mettendo in moto Carpenter che non si esime dal porre le giuste domande a Emily Ray, appunto la scrittrice, la quale va a bussare alla porta di Dylan Dog, coinvolto ancora una volta nel trasportare degli eventi.
Un racconto che molto deve al genere slasher, tanto caro alla cinematografia italiana e a quello che per molti è il capostipite, Mario Bava. Allo stesso tempo ricorda anche il bestseller “Il profumo” di Patrick Süskind, da cui è stato tratto anche un film, dove l’amore per qualcosa di bello viene deformato in ossessione cruenta e letale.
Oltre ai tanti ed evidenti riferimenti di questa storia, su tutti è il tanto amato tema del controllo dei propri personaggi da parte del suo creatore. Sono tante le storie che ne parlano, dal cinema alla novellistica, passando ovviamente per il fumetto.
Raju riesce a non scadere nel banale, confezionando una storia tanto classica quanto originale. Utilizza i cliché a suo favore, integrandoli bene nell’universo di Dylan Dog che ben conosce. Gli viene sicuramente in aiuto il grande esordio di Fabrizio Des Dorides, che bilancia bene l’inchiostro sulla tavola, portando un tratto moderno e accattivante senza dimenticare l’importanza della tradizione in Dylan Dog. Tavole dense di elementi ma estremamente leggibili, con volti dalle espressione inequivocabili, con inquadrature iconiche del genere.


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