#SergioBonelli / Dylan Dog #384 – La macchina che non voleva morire

Fabrizio Mancini

Tornano le beghe burocratiche per Dylan Dog, ma a differenza dell’ultimo albo dove non portavano a nulla, questa volta sono fondamentali alla storia e nel ricalcare il solito “vittima degli eventi”.
Gigi Simeoni è uno che conosce bene l’indagatore dell’incubo e come creare gli eventi che lo travolgano. In poche parole, l’inquilino di Craven Road è costretto a sbarazzarsi della sua storica auto, ma qualcosa per nulla buono ne approfitta. Dylan è letteralmente investito dai danni che l’auto gli sta procurando, nonostante lui cerchi di darla via.
Non entro ovviamente nei dettagli, ma è una storia concettualmente moderna e costruita come un classico. L’idea di un auto infernale è un parto che giunge a noi fin da Stephen King con Christine, la macchina infernale, passando per l’adattamento cinematografico omonimo del maestro John Carpenter. Giungendo infine a decine e decine di omaggi, citazioni e spunti, alcuni presenti anche nell’albo. L’idea di Gigi Simeoni nasce direttamente da questo catalogo mostruoso, con le dovute accortezze del caso, adattandolo con semplice efficacia alla situazione.
Il cattivo che si viene a creare è un classico archetipico, un mix di terrore del freddo metallo, legami sentimentali, vecchi nemici, che renderanno dura la vita di Dylan. Simeoni ha anche la possibilità di lavorare su Rania e Carpenter, senza relegarli a solite figure di sfondo, ma a personaggi importanti e influenti nella cerchia di Dylan.La narrazione è nettamente chiara, grazie anche all’ottima prestazione di Sergio Gerasi. Lineamenti né troppo duri né troppo morbidi, con un Dylan molto incentrato sul tanto amato Everett. Ogni vignetta è chiara e senza sbavature, inquadrature ed elementi classici ma mai banali e un equilibrio forte tra bianco e nero.
Un albo di buona fattura, con l’intrigante pregio di aver preso un oggetto simbolo della creatura di Sclavi, e avergli regalato una nuova terrificante visione.


Comments are closed.