#Shockdom / Mezza fetta di limone di Mattia Labadessa

Fabrizio Mancini

Mezza fetta di limone rende esattamente la sensazione che questo fumetto da.

C’è a chi il limone piace e chi no, a me per esempio mi lascia indifferente, il che mi aiuta a capire bene l’amaro del bianco, a togliere quel mezzo seme rimasto, a sentire quanto sia aspro.

Questo è un fumetto adatto ad una generazione stretta in pochi anni, probabilmente se avete superato i 25 e non siete ancora entrati bene nei 20 non vi piacerà, o vi lascerà come ha lasciato me. Se invece rientrate in questo range potreste aver trovato un fumetto che vi conforterà sapendo di non essere soli, ma mettendo in luce una pessima situazione in cui siete anche voi, oppure lo odierete mortalmente.

Labadessa incarna in questa storia la sensazione tipica del malessere della crisi di quarto di secolo, ovvero quel vuoto che circonda ogni azione, ogni scenario, ogni persona che ne è afflitta.
Ma una fetta di limone può risultare acida a certi palati, o semplicemente di troppo e fuori luogo.
Questo perché alcune scelte intraprese da Labadessa possono risultare arroganti per un ragazzo della sua età, ma è del tutto normale che succeda.

Una delle prime vignette vede il solito uccello rosso nella sua camera appoggiato a letto. La stanza risulta un chiaro riferimento al “La camera di Vincent ad Arles” nella casa gialla di Van Gogh. Qualcuno potrebbe asserire che questo sia un tentativo di paragonare la rinomata sofferenza del pittore olandese con quella di un ventenne annoiato da un mondo che va avanti anche senza di lui, Caparezza ne scrisse e cantò un grande pezzo dal titolo Mica Van Gogh, dall’album Museica.

 

Per quanto la storia rimarchi un senso di immobilità in un mondo che va comunque avanti, Labadessa un salto lo fa, a livello visivo. Sia le scelte registiche che puramente di tecnica con questo effetto pastello con un’interessante resa nervosa. Uno dei doni di Labadessa è anche una buona capacità di sintesi nel tratto, che usa senza difficoltà.
Molto meno funzionali sono i tentativi di dettare i tempi con le pause tramite l’utilizzo di vignette identiche, che a volte risultano inutili o quasi deleterie alla lettura.
Il motivo è rintracciabile nel voler trasmettere la stessa noia che prova il protagonista, ma il lettore medio tende a saltare di netto se incontra una vignetta-copia, questo se non lo ferma, creando perplessità.
Funzionano meglio i testi senza ballon, trasformando il tutto in un effetto narrativo continuo come un flusso di coscienza. Testi che spesso e volentieri prendono il sopravvento sulla tavola, rendendo il tutto meno fumetto, ma non per questo meno compatto. Appaiono comunque alcuni balloon che non stonano.
La fluidità dei testi e la semplicità del tratto rendono l’albo di una facilità di lettura estrema. Nonostante circa 190 pagine, si legge velocemente anche perché ci sono molte situazioni di estrema scorrevolezza, come ad esempio una sola frase che copre due tavole, altre volte invece i testi sono talmente densi da scacciare i disegni, anch’esso portatore di fluidità, dover seguire testo e disegni insieme può spingere il lettore a soffermarsi, ma se uno dei due è in quantità decisamente sovrastante, sarà tutto molto più scorrevole.

Nel complesso il risultato è positivo, sopratutto perché si poteva tranquillamente temere che il giovane autore campano potesse essere solo un fuoco di paglia.


Comments are closed.