#Tunuè / Diario di New York – La recensione

L’unica cosa che al fumetto davvero manca per essere completo, rispetto al cinema, è la musica.
Il fumetto ha tutto il resto. Montaggio, fotografia, costumi. Senza limiti di budget e creatività. Se puoi disegnarlo puoi raccontarlo.
Ma la musica manca. Ed è importantissima.
Di solito.
Questo Diario di New York, di Peter Kuper, è un’opera profondamente musicale.
Ma porta con sè anche un bagaglio olfattivo, tattile, che il cinema, che sarà sempre per forza di cose ancorato alla realtà, non potrà mai raccontare. Perchè ciò che Kuper astrae la cinepresa deve riprendere fedelmente.
Perchè parto parlando di cinema? Fumetto e cinema sono arti diverse, che si toccano in molti punti ma non sono la stessa cosa.
Però in questo Diario di New York è il modo in cui la città viene raccontata che porta immediatamente alla mente il cinema.
Guardando le tavole di Kuper vengono in mente pellicole come New York storiesFuori OrarioSynedoche New York, film che raccontano il deprimente splendore urbano della grande mela, divisa fra bassezze e meraviglie, povertà e vita quotidiana, con delle sensazioni riportate così fedelmente sia dai film sopracitati che dal fumetto di Kuper che devono essere vere (a New York non ci sono mai stato, ma dubito siano cose che una città possa trasmetterti in sole due settimane).

Quest’opera di Kuper non è un racconto in senso stretto. Il diario del titolo non è un espediente narrativo.
Siamo davvero di fronte a un diario.
Kuper produce per quarant’anni racconti, immagini, suggestioni su carta della grande mela, fino a rendersi conto di aver prodotto una storia della città.
Nelle duecento pagine del volume veniamo trasportati dagli anni 80 ai giorni nostri mano nella mano con l’autore, e vediamo cose, incontriamo persone, sentiamo rumori che solo quella città potrebbe trasmettere.
Dopo aver letto questo volume posso dire di essere stato a New York.
Certo, magari solo un giorno, senza mappa, perso nella folla in un quartiere che non so come si chiama, avendo come punto di riferimento solo il cespuglio in un parco, un elemosinante e un ristorante rustico, ma ci sono stato.
Ci sono stato perchè quello che Kuper mi ha mostrato non è l’immateriale splendore turistico delle architetture mastodontiche di New York, ma quello che c’è sotto. Quello che rende la cartolina realtà.
Un guanto perduto, una vecchietta con una storia deprimente da raccontarti, un tossico che ti chiede un pò di denaro alle 3 di notte.
L’indifferenza della metropoli e delle masse di gente, l’amore incondizionato degli abitanti della città per il luogo in cui vivono.
La meraviglia e l’orrore di una città che contiene ogni sfumatura dell’uomo, una città che è talmente centrale in ogni cosa che fruiamo da aver reso probabilmente ognuno di noi che guarda film, legge fumetti o libri, un pochino newyorkese.
Il “racconto” parte negli anni ’80, con una New York alla Taxi driver città decadente e romantica, con vagabondi addormentati per strada, luci a neon e taxi gialli. Sentiamo il marasma di lingue e vite della metropoli. Sentiamo New York New York nell’aria, a contrapporsi con la violenza nelle strade.
E poi vediamo il singolo uomo che vive la sua vita di ogni giorno nella città, in un rapporto costante di amore-odio con la grande mela. In un taxi, nella metro, in un fast food. Che nel tempo perso si disegna mentre disegna, ‘fotografandosi’ in momenti quotidiani più reali di una fotografia. E qui il tratto grezzo di Kuper diventa magico, perchè con poche linee nervose e imperfette ricrea una realtà di tutti i giorni fedelissima e viva.
E poi il terrore dell’undici settembre, raccontato con un’umanità e un’umiltà così vere da renderti intensamente partecipe della tragedia.
L’atmosfera di terrore che segue è claustrofobica, apocalittica, e porta direttamente agli incubi distopici del Trump padrone della città.
L’angoscia più grande si vive nella descrizione della tragedia che ancora deve giungere, quel surriscaldamento globale che provoca un terrore sordo in ognuno di noi, e che Kepler sviscera con colori e dissonanze terrificanti.
Non è, come può sembrare, un viaggio dall’angoscia individuale a quella collettiva, ma a una descrizione umana della natura umana che, come già detto, sembra tutta essere contenuta in New York.
Un romanzo contemporaneo alla Delillo, una tela di Francis Bacon forse sono le cose che più assomigliano a questo affresco unico non di una città, ma dell’uomo, descritto con tecniche cangianti e caleidoscopiche, dal tratto pulito del pennino alle matite colorate, dall’acquerello alla colorazione digitale, per raccontare vicende surreali, fantascientifiche, autobiografiche o grottesche, tutte fuse insieme in quel marasma che è New York.
La città le cui griglie rettangolari tanto ricordano le tavole di un fumetto.


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