#VintageCinecomics / Quando il fumetto voleva prendere vita (prima parte)

Per noi nati nell’epoca dei cinecomics, è difficile anche solo immaginare film tratti da fumetti senza i costi di produzione dei Marvel Studios, e credere che l’Italia fosse stata promotrice dei primi tentativi d’adattamento del fumetto al cinema lo è ancor meno.
Eppure, così era. Ma l’approccio al fumetto era molto differente.
Il fumetto era principalmente oggetto pop. Svuotato del contenuto narrativo, restava come oggetto d’arte e di consumo: figura e lettering, colore acceso e onomatopea, atmosfere psichedeliche e trame infantili (nel caso del fumetto americano).
Cosa c’è di più pop del fumetto?
  Furono tantissimi i registi che, chi più che meno, si cimentarono con la forma fumetto nel cinema.
Tinto Brass, Mario Bava, Corrado Farina, tutti loro (e molti altri) cercavano di trasformare il media cinema in media fumetto,
trasformando le loro differenze in similitudini.
Impresa difficile, se non impossibile.
Il primo tentativo vero e proprio di rendere film d’arte pop un cinecomics fu il timido Modesty Blaise, con Monica Vitti.
Ma un paio di scenografie optical non erano sufficienti a rendere un clone di 007 diverso da ciò che è.
Ancora Kriminal, di Lenzi, primo film tratto dai fumetti con la K (Diabolik, Sadik, Satanik e chi più ne ha più ne metta), pur avendo un originale opening in cui tavole di fumetto e still del film si intercambiano fra loro, non era un prodotto con grosse spinte creative, pieno zeppo dell’accoppiata sesso-morte che tanto piaceva al pubblico.

Fu Tinto Brass fra i primi a spingersi oltre.
Nel suo dittico Nodo alla gola e nEROSubianco, inserì, nel bel mezzo dei combattimenti, dei fermo immagine di onomatopee (in stile Adam West, ma in modo più moderato), in scenografia pittura stile Lichtenstein-pop, e, soprattutto, si fece aiutare da Guido Crepax nella realizzazione delle sequenze action.
Il disegnatore di Valentina, infatti, disegnò 40 tavole a colori che divennero lo schema di editing delle scene d’azione di Nodo alla gola.
Brass, montatore eccezionale, rispettò non solo i tempi dettati dalle tavole di Crepax (la dimensione sempre differente delle tavole fra dettagli e totali dei personaggi, nell’opera del fumettista, impone tempi di lettura differenti), ma addirittura la forma-vignetta, tramite split screen, o anche con l’uso di filtri monocromatici.
E, a proposito di Crepax, impossibile non parlare dell’unico film ispirato alla sua eroina Valentina (ignorando l’atroce fiction mediaset degli anni ’90).

Baba Yaga, di Corrado Farina, è un piccolo, bizzarro gioiello pop, fatto di dialoghi pretenziosi ed editing a dir poco avanguarstico.
E’ un pregievole lavoro artigianale, col difetto di voler parlare un pò di tutto: rivoluzione giovanile (nella sequenza degli hippy che protestano per la morte di Dio), la Milano dei 60s (nelle scene dei festini casalinghi), la fotografia (ci sono intere sequenza in stile “Blow-up” molto ben fatte), l’Eros (si parla pur sempre di Crepax) e, non ultimo, il rapporto cinema-fumetto.
In alcune scene erotiche, intento di Farina era rendere degli still delle tavole di fumetto, ponendo in sequenza la fotografia della bocca che si apre e si chiude di Valentina (dettaglio molto crepaxiano), o inserendo il rapporto sessuale fra Valentina ed Arno in vignette stile fumetto.

Una sperimentazione, comunque, riuscita un pò a metà.
Farina stesso, dopo aver visto i lavori di Tinto Brass, si pentì di non aver osato di più.
L’Italia non era l’unica, nell’europa meridionale, a interessarsi al fumetto.
La fascinazione della Francia nei confronti dei comics (la scuola fumettistica franco-belga è forse la più rinomata, anche più di quella italiana, d’europa) si manifestava, oltre, chiaramente, nella produzione fumettistica, nel gusto dell’arredamento e nell’editing di videoclip e film.
Lo scopitone (specie di videoclip ante litteram) per Comic strip di Serge Gainsbourg, “featuring” Brigitte Bardot, è forse l’esempio più estremo mai prodotto negli anni 60 per il rapporto cinema-fumetto.
 La Bardot, in uno scenario dipinto in stile fumetto, vestita da supereroina, balbetta onomatopee mentre Gainsbourg canta la bellezza dei BD, fra palloncini (i “baloon”) dipinti di Wham!, Pum! e Splash!.
Nonostante la breve durata, siamo a livelli ancora più estremi del Batman di Adam West, già di per sè molto immerso in un universo super-pop dove ad ogni pugno corrisponde un suono onomatopeico, e il colore più spento è il blu elettrico.
Italia e Francia erano paesi che si completavano a vicenda, il primo tutto cuore il secondo tutto testa. E le loro co-produzioni lo dimostrano.
Nelle 2 co-produzioni italo-francesi del 68, prodotte da Dino DeLaurentiis tutto ciò di cui abbiamo parlato finora raggiungerà il suo apice.
(continua)


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