#VintageCinecomics / Quando il fumetto voleva prendere vita (parte seconda)

Fu grazie a Dino DeLaurentiis che presero vita i due più grandi capolavori visuali del cinema pop-psichedelico europeo : Diabolik e Barbarella.
Vicini nello stile, nella fotografia, nella co-produzione italo-francese, questi due film sono gemelli e risultati sovrani di una ricerca formale durata anni, neanche troppo coscientizzata, di un amalgama di cinema-fumetto per creare la formula del perfetto film pop.
Diabolik, di Mario Bava, ha come protagonista John Philip Law, che di Diabolik è quasi fotocopia, e Marisa Mell, sexy quanto completamente fuori parte (si pensò a Caterine Deneuve, ma si rifiutava di recitare in scene di nudo. Si vede che Bunuel non l’aveva ancora traviata). La storia, come sempre nei film di Bava, non è importante (e se lo fosse ci si dovrebbe mettere le mani nei capelli), ma lo è l’incredibile impianto scenico sci-fi.

Lontano dagli stilemi fantascientifici da atomic age anni 50 ancora vigenti, il film presenta scenografie sconfinate (il meraviglioso rifugio tutto ispirato all’alto interior design nostrano) racchiuse in un guscio di noce.
Il genio low-budget di Bava (stavolta aiutato dal grandissimo Carlo Rambaldi), infatti, creò le scenografie in scala, inserendo poi, tramite la tecnica del glass screen, gli attori.
Per glass-screen si intente la tecnica cinematografica in cui parte della scenografia è dipinta in scala su vetro e posta davanti all’obiettivo, mentre il resto della scena (una parte minore, solo adibita al movimento degli attori) è ripreso in live-action. In alternativa (tecnica ad esempio usata in “Terrore nello spazio”), la pellicola veniva sovrascritta con due riprese differenti, una del fondale in scala, l’altra con gli attori.
Tramite queste economiche, ma performanti, tecniche, Diabolik sembra un film col triplo del budget reale (certo è comunque il film con maggior budget mai diretto da Bava), con scene cult nel contesto pop-psichedelico di quegli anni.

Oltre la già citata scena del rifugio, almeno altre due sono da antologia:
la scena del Valmont go-go pad, club di tossici hippie tutto illuminato da luci alla Bava che per una volta quasi danno di Panton, con tanto di piano sequenza del passaggio dello spinello (probabilmente ripreso dal film sull’LSD Il serpente di fuoco di Roger Corman, del ’66, in cui si presenta la medesima inquadratura in un contesto simile), e la scena dell’identikit di Eva Kant, in cui una macchina per identikit diventa una sequenza d’animazione in cui volti di donna mutano sinuosamente l’uno nell’altro.
Ad amalgamare il tutto, Ennio Morricone.
Gemello estetico di “Diabolik”, “Barbarella” (dal fumetto di Forest) sembra stilisticamente più proiettato verso il pubblico UK/US.
Roger Vadim, appena uscito da una relazione con Bridgitte Bardot, “bardottizzò” Jane Fonda/Barbarella, fra capigliature sinuose e totale disinibizione.
Immerso in musiche decisamente lisergiche (fra sound a là Beatles e Pink Floyd) e accenni di proto-funk, il film è una specie di Flash Gordon al femminile, in cui Barbarella, svestita o vestita Rabanne, ha la missione di recuperare il dottor Durand Durand, accompagnata da un’improbabile astronave dagli interni in peluche.
Il tentativo di distinguersi dalla fantascienza americana è spesso fin troppo rimarcato, ma nei momenti migliori funziona alla perfezione.

L‘eros scandaloso (per l’epoca, per noi è quasi incomprensibile perchè Barbarella sia considerato un film erotico) e perverso di cui il Mathmos si ciba, nonchè l’attrazione/repulsione della protagonista per il sesso “canonico”, già sembrano portare alle atmosfere sensauali e psichedeliche di Metàl Hurlànt degli anni ’70.
La trama da commedia, a tratti quasi slapstick, sembra sforzarsi di nascondere l’innegabile intento di cinema ‘alto’ della produzione, riuscendoci solo a metà (l’impossibilità del cinema francese di fare qualcosa di leggero senza doverci pensare sopra).
A tradire gli intenti di leggerezza di Vadim, c’è principalmente la descrizione dell’eros, fin troppo elaborata (a tratti quasi alla Woody Allen) per un film che vorrebbe avere i toni da commediola sexy. Ma, soprattutto, c’è l’impianto scenico.
Superiore a quello di Diabolik (principalmente per i costi di produzione), Barbarella si divide fra il kitsch e l’Art nouveau, toccando influenze stilistiche sempre differenti.
Dal labirinto dei reietti quasi tolkeniano, al (di nuovo) interno in peluche della sfortunatissima astronave della protagonista, fino agli interni della città di Sogo, specie di palazzo di Ming di Flash Gordon ma con inserti plastici art nouveau-espressionisti da cui Giger deve aver attinto a piene mani, Vadim ci porta in un regno magico e, soprattutto, colto, quasi una rilettura post-moderna delle storie sci-fi dei decenni 40/50.
Non è un caso che molta critica accusò il film di essere pretenzioso.

Eppure, pretenzioso o meno, è un piccolo film che ha fatto la storia. Ignorato completamente all’uscita, divenuto famosissimo per il mercato home-video, Barbarella è forse il risultato più riuscito dell’amalgama sci-fi/cinecomics/design, che ha il difetto di nascere da così tanti stili da non abbracciarne completamente nessuno.


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